L'Azerbaigian vuole arrestare sette turchi per post contro il divieto del velo

21.10.2026 4 min 6

Un tribunale di Baku ha emesso in contumacia mandati d'arresto contro sette cittadini turchi per post sui social network e discorsi a manifestazioni contro il divieto del velo nelle scuole dell'Azerbaigian. La Procura generale azera ha annunciato il 19 ottobre che il tribunale distrettuale di Binagadi ha disposto gli arresti e che è stata avviata una ricerca internazionale. Nessuno dei sette vive in Azerbaigian.

Tra loro c'è Fatih Tezcan, noto commentatore vicino al presidente Recep Tayyip Erdoğan. Gli altri, secondo Bianet e Turkish Minute, sono Rıdvan Kaya, presidente dell'associazione islamica Özgür-Der, lo scrittore Zekeriya Ceran, l'avvocato Ahmet Şanlı, il ricercatore Fahrettin Taşkaya Saral, Abdurrahman Tumer e Alparslan Tanrıkulu.

Post considerati appelli a rovesciare il governo

La procura cita post pubblicati tra il 25 settembre e il 18 ottobre e discorsi davanti al consolato dell'Azerbaigian a Istanbul il 3 ottobre e all'ambasciata ad Ankara il 13 ottobre. Le accuse rientrano negli articoli 281.2, 283.2.1 e 167-3.1 del Codice penale: appelli pubblici a prendere il potere con la forza, incitamento all'odio religioso con violenza e diffusione di materiale estremista religioso. Secondo il procuratore, le dichiarazioni sono andate oltre l'espressione di opinioni religiose e la critica allo Stato.

I testi integrali dei post e dei discorsi non sono stati pubblicati e le prove elettroniche sono ancora in esame. Tre giorni prima un procedimento separato aveva riguardato Celal Çiftçi, autore del quotidiano Olay di Şanlıurfa: le persone ricercate in Turchia in questa indagine sono quindi almeno otto.

La Costituzione turca esclude quasi del tutto l'estradizione dei propri cittadini, quindi una consegna dei sette è improbabile. Bianet precisa che una ricerca internazionale non equivale a una red notice dell'Interpol. Il partito islamista della Causa Libera (HÜDA PAR) ha definito il caso una violazione della libertà di espressione. Ankara non ha commentato pubblicamente i mandati.

Dalla divisa scolastica al blocco dei social

La disputa è iniziata il 21 settembre, quando il governo ha vietato nelle scuole statali gli abiti «non conformi al principio di laicità». La norma non cita il velo, ma le scuole hanno cominciato a non far entrare in classe le ragazze che lo indossano. Il 12 ottobre la polizia ha fermato 37 manifestanti a Baku e lo stesso giorno Instagram e TikTok hanno smesso di funzionare. NetBlocks ha poi rilevato restrizioni a TikTok, Instagram e X presso diversi provider. Le autorità non hanno spiegato il blocco. Quest'anno l'Azerbaigian ha anche esteso i motivi per il blocco dei siti senza un giudice a insulti e «disinformazione».

Baku fa pressione anche su Ankara. Secondo Middle East Eye, che cita tre funzionari, l'Azerbaigian ha chiesto alla Turchia di rimuovere Oktay Saral, consigliere di Erdoğan, per le sue critiche al divieto, di perseguire i commentatori che hanno insultato il presidente Ilham Aliyev e di bloccare un elenco di account social. La Turchia ne ha bloccati una parte, scrive la testata. Le autorità turche bloccano account con facilità: quest'anno, durante una crisi legata ai fondi d'investimento, hanno limitato 194 account X di economisti e giornalisti.

I due Paesi restano alleati: nel 2021 hanno firmato una dichiarazione di difesa reciproca e questo mese funzionari turchi hanno annunciato a Baku contratti per la difesa da 500 milioni di dollari. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha detto che il rapporto strategico conta più del disaccordo.

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