Tribunale di Parigi ordina a 5 grandi VPN di bloccare gli stream pirata e respinge il ricorso UE

18.07.2026 1
Tribunale di Parigi ordina a 5 grandi VPN di bloccare gli stream pirata e respinge il ricorso UE

Un tribunale di Parigi ha ordinato a cinque dei maggiori fornitori di VPN destinate al grande pubblico di bloccare in Francia una nuova serie di domini di streaming pirata e, nello stesso momento, ha rifiutato di rinviare le questioni giuridiche di fondo alla massima corte dell'Unione Europea. Le sentenze del 18 luglio 2026 trasformano i servizi VPN in strumenti di censura in prima linea, accanto ai provider internet e ai resolver DNS, e segnano il momento in cui la Francia ha smesso di considerare il blocco delle VPN un esperimento e ha iniziato a trattarlo come una prassi di routine.

Cosa ha ordinato il tribunale di Parigi

Il Tribunale giudiziario di Parigi ha emesso due decisioni distinte, entrambe a favore delle emittenti sportive contro l'industria delle VPN. Il tribunale ha respinto le argomentazioni centrali dei fornitori - secondo cui il blocco è inefficace, costoso e tecnicamente difficile da limitare alla sola Francia - e ha comunque concesso le ingiunzioni.

  • beIN Sports (tennis WTA): l'emittente ha chiesto a NordVPN, Proton VPN e CyberGhost di bloccare sette domini che trasmettevano in streaming partite pirata della Women's Tennis Association. Il tribunale li ha concessi tutti e sette.
  • Canal+ (Formula 1): il gruppo Canal+ ha preso di mira NordVPN, Proton VPN, CyberGhost, Surfshark ed ExpressVPN in relazione a sedici domini che diffondevano streaming pirata di F1. Qui il tribunale è stato più severo, approvandone solo cinque e respingendone undici per mancanza di prove che venisse utilizzato il segnale proprio di Canal+.

In entrambi i casi ai fornitori sono stati concessi appena tre giorni dall'ordinanza del 18 luglio per attuare i blocchi. La base giuridica è l'Article L. 333-10 del Codice dello sport francese, una disposizione scritta per la pirateria dello sport in diretta che ora viene estesa all'intero settore delle VPN.

La via di fuga europea, sbattuta in faccia

CyberGhost ed ExpressVPN hanno cercato di sospendere il procedimento e di rinviarlo alla Corte di giustizia dell'Unione Europea, sostenendo che la formulazione "generale e astratta" del Codice dello sport francese meritasse un esame a livello europeo. Il tribunale di Parigi ha rifiutato, stabilendo che la Direttiva sul commercio elettronico non ha alcun "effetto diretto orizzontale" in una controversia tra società private. È proprio questo rifiuto la parte che dovrebbe preoccupare tutto il settore: chiude la via del ricorso che avrebbe potuto trasformare una questione a livello francese in una risposta valida per tutta l'Europa, e consente ai giudici nazionali di continuare ad ampliare gli ordini caso per caso.

Perché la vicenda conta oltre i confini francesi

Si tratta della diretta prosecuzione della battaglia che avevamo raccontato quando la Francia ordinò per la prima volta a ProtonVPN di bloccare un elenco di domini pirata. Quella che allora era una schermaglia contro un singolo fornitore è ora un modello sistemico applicato in un colpo solo ai cinque nomi più noti. L'intero punto di forza di una VPN è che non filtra né registra ciò a cui l'utente accede; un tribunale che può obbligarla a mantenere una lista di blocco nazionale ha, di fatto, trasformato uno strumento di privacy in un ulteriore livello del firewall statale.

La sentenza si colloca inoltre in modo stridente rispetto alla corrente giuridica più ampia in Europa. Solo di recente la massima corte dell'UE ha stabilito che i fornitori di VPN non sono responsabili del modo in cui i loro utenti aggirano il geo-blocking, e gli esperti tecnici - tra cui Google, in una memoria formale che comunica alla Commissione Europea come bloccare VPN e DNS sia inutile e dannoso - continuano a far notare che queste misure puniscono gli utenti comuni assai più dei pirati determinati, che si limitano a spostarsi sul dominio successivo.

Importante: blocchi a livello di dominio come questi sono banali da aggirare e tendono a scadere non appena un sito pirata cambia indirizzo. L'effetto duraturo non è sulla pirateria, ma sulla neutralità della VPN stessa: una volta che un fornitore mantiene una lista di blocco imposta da un tribunale, aggiungere la categoria successiva di domini "indesiderati" è sempre solo questione di una firma.

Per chiunque si affidi a una VPN per la privacy e non per la pirateria, la conclusione pratica riguarda la fiducia e la giurisdizione: il luogo in cui un fornitore è legalmente raggiungibile determina ciò che un tribunale può costringerlo a fare alla vostra connessione. È anche l'argomento più forte a favore della necessità di capire gli strumenti che si usano - cosa garantisce davvero una politica no-logs e dove si trovano i suoi limiti - prima di scegliere a chi affidare il proprio traffico.

Conclusione: la Francia ha normalizzato qualcosa di nuovo: tribunali che ordinano alle VPN commerciali di censurare a piacimento, con la via del ricorso europeo ormai sbarrata. I domini in questione torneranno online sotto nuovi nomi nel giro di pochi giorni, ma ciò che resta è il precedente: la VPN come infrastruttura di enforcement. C'è da aspettarsi che altri titolari di diritti, e altri Paesi, seguano lo stesso schema.
Tag: vpn francia blocco siti copyright pirateria diritti digitali censura

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